rosarno

di Alessio Magro –

Lo hanno definito “modello mediterraneo dell’immigrazione”, un mix di diritti negati e sfruttamento, status giuridico precario, controlli a singhiozzo e tanta, tantissima retorica stucchevole. Nei fatti, si è costruito un sistema di nuove schiavitù e di apartheid, mascherandolo con le politiche immigratorie e l’insopportabile paternalismo della peggiore cultura cattolica. Certo, i termini sono forti, e naturalmente l’Italia è lontana dal Texas del Ku Klux Klan. I migranti che sbarcano sulle nostre sponde qualche legittima speranza di svoltare ce l’hanno. Ma ci sono nel senso comune e nell’immaginario collettivo nostrano un pericolossisimo sentimento di superiorità, una sindrome da accerchiamento, la pretesa di essere i portatori di una civiltà sotto l’assedio della barbarie islamica. In realtà l’Italia è un paese razzista nell’animo, che si finge democratico e plurale. Gli africani vanno bene se stanno al loro posto, altrimenti gli diamo quello che si meritano, cioè ci “difendiamo legittimamente” sparandogli addosso, se occorre e anche se non occorre.

Rosarno è stata il laboratorio del modello mediterraneo. Campi da coltivare, controllo militare del territorio da parte della ‘ndrangheta, una comunità stanca di mandare i propri figli a zappare la terra e tendenzialmente consenziente per paura se non per interesse, istituzioni piegate a logiche clientelari se non criminali, uno Stato tendenzialmente sonnacchioso se non nei momenti di massima esposizione mediatica. Il punto è che a partire dagli anni 90 le nostre campagne, leggi Meridione, hanno avuto bisogno di nuove braccia, ed ecco che gli africani e gli est-europei hanno subito raccolto il testimone di generazioni di fieri contadini dalla pelle dura e le mani callose, che in effetti si sono estinti insieme a una cultura millenaria. Quello che Pasolini definiva genocidio del mondo contadino, ha avuto come conseguenza immediato l’azzeramento delle conquiste dei braccianti, strappate col sangue nell’arco di un secolo di lotte furibonde. Il trucco utilizzato è semplice: ci sono cittadini di serie A, gli italiani e pochi altri fortunati, e cittadini di serie B, cioè gli immigrati, soggetti a una legislazione che regola gli ingressi secondo logiche apparentemente incomprensibili. La ratio è altrettanto semplice: chi viene da fuori deve permanere sul nostro territorio senza diritti, così da poter essere sfruttato nel migliore dei modi.

Non ci credete? Eppure è così. Le leggi sull’immigrazione, compresa la Turco-Napolitano, hanno contribuito a generare un sofisticato sistema di sfruttamento legalizzato, talmente astruso da poter essere interpretato in mille modi diversi. Non è questa la cifra dell’italianità? Nel tempo, il sistema si è perfezionato, soprattutto a causa delle Direttive Ue. Sebbene la Fortezza Europa sia l’origine dei mali, con le sue politiche liberiste e coloniali, impone ugualmente un minimo di regole di civiltà. L’Italia, suo malgrado, si è dovuta adeguare, imparando comunque a rigirare le norme a proprio vantaggio. L’apertura ai neocomunitari è servita, ad esempio, a frazionare e gerarchizzare la forza lavoro immigrata. Non è un caso se nei cantieri edili non si vedono neri, loro devono stare più in basso, nascosti nel buio dei campi.

Ecco perché esistono i ghetti a Rosarno, Foggia, Castelvolturno, Cassibile, Nardò, Palazzo San Gervasio e Villa Literno. Sono davvero tantissimi i migranti africani che non hanno un permesso di soggiorno, dunque non possono lavorare in regola, e devono temere le forze dell’ordine. Sarebbero da espellere, e naturalmente c’è chi sbraita da anni in tal senso. In realtà, di fatto non possono essere allontanati dal territorio italiano, in virtù della Convenzione di Ginevra e dell’assenza di rapporti bilaterali tra il nostro Paese e quelli dell’Africa subsahariana. Devono stare qui, sono legati alla terra, unico ambito di sopravvivenza loro consentito. Quando la destra parolaia parla di permissivismo e tolleranza, utilizza strumentalmente un fatto che è pur vero: da un trentennio il lavoro agricolo si basa su nuove forme di schiavitù, non solo tollerate, ma addirittura alimentate. Una verità che le periodiche azioni di ripulitura e timida normalizzazione non scalfiscono.

In attesa di verificare i risultati della recente norma anticaporali, si può verificare l’inefficacia delle altre leggi adottate in questi anni: sono state concepite per non essere applicabili o facilmente aggirabili. La coperta è corta e se si tira da un lato si scopre l’altro: nel prevedere punizioni esemplari per chi affitta case a immigrati irregolari, si è contribuito alla creazione di ghetti e bidonville in ogni dove; nel punire il caporalato, si è generata una classe di kapò a cui assegnare la frusta, intestare mezzi di trasporto, impartire disposizioni al riparo dalla legge. Anche la sacrosanta creazione di un sistema capillare di accoglienza, che l’Italia ha ben pensato di avviare con almeno un decennio di ritardo nonostante l’imposizione Ue, è servita per sostenere l’economia italiana più che per assicurare una reale integrazione.

Il fatto è che se non si aggredisce la causa, rivedendo in primo luogo le modalità di ingresso in Italia e in Europa, nulla potrà cambiare. Ma è questo un nostro obiettivo? I dubbi sono tantissimi. Diventano qualcosa di più di fronte all’ultima, recentissima offesa alla dignità umana. L’uccisione di un africano nella Tendopoli di Rosarno per mano di un pool di efficienti carabinieri non può non far rivoltare lo stomaco di chi crede nelle regole della convivenza civile (non siamo poi così tanti…). Erano in sette, con pistole e manette, contro un povero diavolo, fuori controllo quanto si vuole, ma armato di un misero coltello da cucina. In uno scenario simile se ci scappa il morto allora vuol dire quanto meno che questi sette non sanno fare il proprio lavoro (il dubbio atroce è che lo sappiano fare meglio di altri…). Il fatto è già grave, ci si aggiunga la pronta assoluzione del procuratore capo, l’agghiacciante campagna social pro-carabiniere assassino, la solidarietà istituzionale dei miserrimi politici locali.

In conclusione, all’italiano medio non frega una beata minchia di un africano ammazzato a Rosarno, il nero deve ringraziare se lo facciamo stare in Italia, deve zappare nei nostri campi e stare buono, sennò le prende. Piaccia o non piaccia è questa la realtà che viviamo.

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